I briganti in Maremma e la storia di Domenico Tiburzi

Le storie dei briganti erano una tradizione delle lunghe veglie maremmane, tramandate “a memoria”
…. e ognuno ci aggiungeva qualcosa di suo!
Nella realtà i briganti non erano altro che contadini e pastori induriti dalla miseria. Forti e resistenti, capaci di sopravvivere alla vita “di macchia”, in continua fuga, complici e vittime di una giustizia ingiusta.

Cause del brigantaggio in Maremma

Ancora oggi quando si parla di briganti si narrano miti e leggende. Appartengono alla cultura maremmana. Un po' banditi, un po' moderni Robin Hood. L'ingiustizia delle leggi e la mal distribuzione dei beni nella società ha fatto sì, che in momenti di maggiore oppressione, si sia potenziato il mito del brigante.
Il brigantaggio in Maremma ebbe inizio addirittura nel XIII secolo, anche se la sua maggiore espansione è avvenuta nella metà del '800 e deve la sua fine nei primi del ‘900, con l'uccisione prima di Tiburzi e infine di Fioravanti, gli ultimi briganti.

Diversi fattori hanno influito il fenomeno del brigantaggio in Maremma:

  • il favore della popolazione che vedeva nei briganti la riparazione ai torti subiti dal malgoverno, in una Maremma afflitta dalla miseria e dalla malaria.
    (Prima dell’Unità d’Italia furono abolite le convenzioni degli stati regionali, leggi che avevano permesso ai contadini più poveri di sopravvivere, di andare per boschi a far legna, a pescare nei torrenti e nei fiumi, a raccogliere le spighe cadute dopo la mietitura. Migliaia di contadini si trovarono all'improvviso fuorilegge, o alla fame.)
  • il favore dei proprietari terrieri che pagando la “tassa sul brigantaggio” si garantivano l'incolumità delle loro aziende,
  • l'ambiente, costituito da macchia impenetrabile, rifugio ideale!


L'onorevole Giuseppe Massari
, segretario di Cavour negli anni cruciali dell’unità d'Italia e deputato al Parlamento subalpino che fu incaricato di stendere una «Relazione sulle cause del brigantaggio » presentata alla Camera nel 1863, definì il fenomeno del brigantaggio come "la protesta selvaggia e brutale della miseria contro le antiche e secolari ingiustizie", legato all'esistenza delle grandi tenute maremmane e delle tensioni sociali.
Non a caso i più gravi episodi di violenza si verificavano ai danni di guardiani, guardiacaccia, fattori, carabinieri e altri rappresentanti del potere padronale e dello Stato.

I briganti hanno ormai perso l'alone di mistero che li circondava, sono diventati  …... merce da banco!
Non c'è ristorante in Maremma che non abbia da qualche parte un'immagine di Tiburzi: l'etichetta di un amaro, di un vino,  addirittura di un formaggio, ovviamente un pecorino NERO!

Domenico Tiburzi

Vestito di ruvidi panni scuri, il fucile nella mano destra, la doppia cartucciera attorno alla vita, il cappellaccio sulla nuca, le palpebre tenute aperte da invisibili stecchi, una espressione inquietante …. assorta nel mistero e nella rigidità della morte.
Sì, perché questa è l'immagine di Tiburzi cadavere! Fu fotografato dai carabinieri dopo che lo avevano ammazzato nei pressi di Capalbio nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 1896, legato al rudere di una colonna romana e crudamente esposto al pubblico.

Ma chi era Domenico Tiburzi? Senza dubbio il più famoso tra i briganti di Maremma. Nato a Cellere il 28 Maggio 1836, fu soprannominato “Domenichino” perché raggiungeva a stento 1.60 mt di altezza. La figura di Tiburzi è una vera e propria leggenda in Maremma, in un certo senso fu, per la povera gente, una sorta di eroe che proteggeva i diritti dei più deboli.
Nel 1867 compie il suo primo delitto uccidendo Angelo Bono, il guardiano del marchese Guglielmi, per averlo multato di venti lire, uno sproposito per quei tempi, solo per aver raccolto un fascio di spighe nel campo del marchese.
E così incomincia la sua storia di brigante che, ovviamente, finirà male. Arriverà il giorno in cui saranno proprio i signori, quelli di cui era stato spesso il braccio armato, e che l’avevano anche pagato per anni, a volere che sia ucciso.

Secondo la tradizione dopo la sua morte, il parroco di Capalbio dichiarò la sua contrarietà nel seppellire un brigante come lui in terreno consacrato, ma la popolazione che in lui vedeva un salvatore insorse, e si giunse così al compromesso di seppellirlo sotto la cinta muraria, con le gambe all’interno del cimitero e la parte superiore all’esterno, a simboleggiare l’anima lasciata fuori e senza nessuna croce ne lapide. Oggi si sono perse le tracce del cancello originario, ma il cimitero di Capalbio con il trascorrere degli anni si è ingrandito ed il corpo del Tiburzi, oggi, si trova totalmente in terra consacrata, così dopo aver ricevuto l’assoluzione dal popolo è stato il tempo a decretarne l’assoluzione completa. La targa in legno che ne ricorda la data di nascita e di morte, è posta sull'antica colonna romana dove, dopo la sua morte, il brigante venne legato e fotografato.

Il film "Tiburzi"

La singolare storia del brigante Tiburzi è stata raccontata in un film del 1996 diretto dal regista Paolo Benvenuti.
In un'intervista di allora, nel ritratto che Benvenuti traccia del brigante, c'è una verità che supera la leggenda che viene raccontata per la prima volta nel film:

“ …. Tiburzi aveva capito ad un certo punto della sua vita che nel vuoto di potere nella Toscana lui ha gli strumenti giusti per tenere pulito il territorio dalla violenza e dai briganti, facendo il giro dei proprietari terrieri e facendosi pagare da loro, naturalmente interessati al mantenimento dell' ordine. Un' idea molto avanzata, ma per capire l' uomo Tiburzi basta ricordare che quando fu arrestato la prima volta avrebbe potuto evadere subito, ma si trattenne in carcere due anni perché volle imparare a leggere e a scrivere. Tiburzi come il bandito Giuliano, capace di costringere i braccianti a non scendere in sciopero. E con un profondo senso della giustizia popolare, il grande vecchio giusto al quale rivolgersi per risolvere ogni problema, risse di paese e contestazioni familiari. Era un lavoro al quale si dedicava con grandissimo rigore e tutti gli davano ascolto. Non a caso la leggenda di Tiburzi sopravvive e resiste ancora oggi, in un tempo in cui gli eroi popolari durano lo spazio di una popolarità televisiva......... Il racconto di Tiburzi è diviso in tre parti. Protagonista della prima parte è l' inchiesta dei carabinieri, nella seconda parte c' è la natura e nella terza il mito, Tiburzi che attende la morte, tornato dal suo rifugio dorato in Francia, dove lo avevano spedito i proprietari terrieri della Maremma, perché si annoiava terribilmente. Era diventato un uomo di mezza età senza più storia, e piuttosto che morire di nostalgia preferì la morte fisica".

C’è una poesia-canzone, un racconto da vecchi cantastorie, nel film di Benvenuti. La canta una donna tutta vestita di nero, impersonando da sola il coro delle antiche tragedie greche, in cui il Destino racconta e commenta la vicenda dei personaggi umani, sempre sventurati.

Il fenomeno del brigantaggio fu solo uno dei mali della Maremma. L'altro fu la malaria......

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Autore dell'articolo: Marilena

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